Quando il sud Italia incontra Milano. Diario di una studentessa fuori sede.

img_1051Sono sopravvissuta al mio primo mese da fuori sede. Da terrona al Nord. Ce l’ho fatta! Non che avessi dubbi sul mio istinto di sopravvivenza, ma dopo tutti i luoghi comuni su Milano non si è mai troppo sicuri o prudenti.
In primis avevo pensato di poter morire per il freddo. “Fa freddo a Milano. Milano è freddissima” ed io il primo giorno mi sono armata di cappotto super imbottito, sciarpa e cappello che omino Michelin scansati proprio.
Immaginavo un freddo polare, di quelli che ti paralizzano gambe, mani e cervello e invece il freddo è sopportabile. Pungente, ma sopportabile. L’immagine del lungomare mi viene in mente un numero di volte indefinito, ma tutto sommato non si sta così male.

Se prendo un respiro sento che sono viva e che la giornata non ha alcuna ragione per deludermi. So che non dovrei cantare vittoria dato che mi hanno detto che il freddo, quello vero, sta per arrivare e che questo è solo un assaggio, ma intanto l’ebrezza del non dovermi vestire da pupazzo di neve (errore fatto solo il primo giorno) l’ho provata e ho provato anche l’ebrezza di non aprire l’ombrello per giorni. Non è vero che piove sempre. Piove. Ha piovuto qualche volta, l’ombrello va sempre messo in borsa in stile Mary Poppins ma spesso può esser lasciato lì senza che nessuno ne senta la mancanza.
Certo, la mattina l’agghiacciante contrasto dalla mia calda stanza alle strade ancora inondante da foglie gialle mi ha fatto lacrimare gli occhi, ma che importa? Tanto a Milano vanno tutti di corsa e nessuno si accorge di cosa fai o di come stai, no? Bugia.
Qualche  giorno fa ero da California Bakery per un pranzo alla modica cifra di 15 euro che a mia madre le è preso un coccolone quando gliel’ho raccontato e mi sono lanciata in uno scatto on the table, da vera food blogger. Per i non esperti in materia, cioè per chi quando mangia lo fa comodamente fregandosene di scattare foto ad ogni pietanza, l’on the table è la foto di tutto quello che c’è sul tavolo. Dalla bottiglia d’acqua messa in una determinata posizione all’oliera con il tappo carino e dipinto a mano, al cibo. Il bagel che stavo mangiando meritava di essere immortalato anche se era semplicemente un bagel. Un panino con il buco al centro.
Il fatto che io stessi facendo questa foto ha suscitato l’interesse e la preoccupazione dei camerieri, accorsi al mio tavolo per controllare che tutto andasse tutto bene o se avessi bisogno d’aiuto.
Ma io stavo bene e non avevo bisogno di nessun aiuto, pensavo semplicemente che a Milano nessuno avrebbe potuto guardarmi insospettito e invece no. Errore. Anche se ce l’avete fatto credere voi di essere super avanti, cool e preparati a ogni tendenza.
Per fortuna dopo cinque minuti due ragazzi che si facevano scatti a vicenda hanno spostato l’attenzione da me a loro.

Pensavo di morire per mancanza di sole e invece anche qui il sole c’è. Batte e illumina le strade, dove è capitato che mi fermassi per goderne un po’. Cosa che a Bari non avrei mai fatto e chi mi conosce lo sa. Se c’è una strada con una parte di sole e una di ombra io sarò sempre e solo all’ombra. Al fresco.
Qui invece cammino dove c’è il sole e sorrido pure, mica sbuffo per il troppo caldo.
Chi l’avrebbe mai detto? Come chi l’avrebbe mai detto che il sabato mattina alle 10 sarei andata in un mercato? Io? In un mercato? Ebbene si. Al ritorno era carica di buste con acquisti utili addirittura per la casa, e satura di informazioni sui prezzi più convenienti dei saponi per le mani.
Così come quando sono uscita di casa di pomeriggio, in beata solitudine, per fare qualche acquisto. Ma qui do la colpa a Tiger che per me è irresistibile e che mi fa venire voglia senza troppi indugi di togliermi il pigiama e andare a comprare cose inutili per sentirmi meno sola, perché è chiaro le mancanze qui si sentono tutte.
Perchè Milano non è una città facile. Ti dà tanto ma ti toglie tanto altro e sembra ostile, contorta, complicata. E forse un po’ lo è, ma magari solo in superficie.
La gente non sorride spesso ma non importa. Come mi ha detto qualcuno il primo giorno tu continua a sorridere, a parlare, a chiedere informazioni con la stessa gentilezza e con lo stesso sorriso di sempre perchè tanto qualcuno che ricambia lo trovi.
Come il signore della bancarella di sciarpe che ha sorriso per il mio accento, mi ha messo una mano sulla spalla e ha fatto qualche passo con me fino a indicarmi la fermata corretta per poter prendere il tram e scappare a “casa.”

Rory.

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