John Wick – Capitolo 2: il ritorno dell’uomo nero

John Wick è costretto, nel secondo capitolo della saga, a riprendere le vecchie cattive abitudini.

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The Boogeyman. L’uomo nero.
Ad alcuni di voi questo nomignolo farà pensare alla ninna nanna che la mamma, o ancor meglio, la nonna vi cantava da bambini per convincervi che un sonnellino pomeridiano era pur sempre meglio di passare un giorno intero in compagnia di quest’uomo, dalle fattezze confuse, ma sicuramente spaventose. Ad altri verrà in mente il film horror del 2005 che tentava di raccontare proprio la lotta di un ragazzo contro questa paura primordiale. Altri ancora penseranno al celebre wrestler statunitense dal dubbio senso estetico (a mio modesto parere).
Io penso a John Wick.

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Da Milano a Bari, i cinema sotto le stelle

Milano, Firenze, Roma, Napoli e Bari: un giro per i cinema all’aperto più suggestivi dell’estate italiana.

Quando il sole tramonta e il caldo soffocante sembra permetterci di tirare fiato, i nostri programmi serali hanno un margine molto più ampio del solito. Non essere costretti a portarci dietro giacche e maglioni, quel clima di serenità che nonostante esami e lavoro ci condiziona sempre, d’estate. La città si trasforma, perde il grigiume che spesso ci fa passare la voglia di uscire di casa, e diventa un centro di divertimento e cultura. E c’è un posto che riesce meglio di tutti a raggruppare entrambe le cose.

Il cinema all’aperto mi ha sempre affascinata. È a metà tra andare in un cinema e trascorrere una serata sul divano con gli amici. Sono tante le città in Italia che organizzano grandi schermi e piazze aperte, vi segnaliamo quelli più suggestivi. Continua a leggere “Da Milano a Bari, i cinema sotto le stelle”

The Devil wears Cerulean.

Il Diavolo veste Prada è uno di quei film che tutti abbiamo visto almeno due volte nella vita. O tre. O anche quattro.
Ma avete mai provato a vedere il film dal punto di vista di Miranda? Facciamo un tentativo.

Il Diavolo veste Prada è uno di quei film che tutti abbiamo visto almeno due volte nella vita. O tre. O anche quattro. Il “that’s all” di Miranda Priestley è entrato nel linguaggio comune, un po’ come il “francamente me ne infischio” di Rhett Butler o “questa è Sparta” di Leonida. Come potrebbe essere diversamente? L’interpretazione di Meryl Streep è magistrale, e Anne Hathaway che mangia carboidrati e non sa chi sia Coco Chanel diventa improvvisamente la nostra migliore amica. Non puoi non essere dalla sua parte ed esultare quando le gemelle sono sul treno con le loro rispettive copie di Harry Potter rilegate o gioire quando getta il telefono nella fontana di Parigi.

Ma avete mai provato a vedere il film dal punto di vista di Miranda? Facciamo un tentativo.

Un’altra segretaria che se ne va. Possibile che non riescano a reggere il ritmo per più di un mese? Sono a capo della più importante rivista di moda del millennio e non riesco a trovare una segretaria.

Poi arriva lei. Come ti viene in mente di candidarti per il ruolo di segretaria di Runway se indossi ballerine e maglioncini in poliestere? A questo punto vai a fare il neurochirgurgo. È come se David Beckham decidesse di improvvisarsi avvocato o Naomi Campbell si candidasse per le Olimpiadi. Ma va bene. Diamo una possibilità alla ragazza sveglia e grassa.

Sbaglio il suo nome e lei storce il naso. Tra fotografi, giornalisti, modelle, stilisti, lavoro ogni giorno con una media di centoquaranta persone. Posso ricordarmi il tuo nome, tu che sei arrivata nel mio ufficio otto minuti fa? No.

Ma chiudiamo un occhio. Risponde al telefono e non si ricorda chi era alla cornetta. Continua a ciabattare in giro per l’ufficio con le sue scarpe da ginnastica. Non distingue due cinture completamente diverse e con una flemma invidiabile lo fa notare non solo a me, ma allo stilista, alla giornalista che si sta occupando del pezzo e ad altri tre collaboratori. E io chiudo un occhio. Le spiego gentilmente che il suo stupido maglioncino anticonformista non ha davvero nulla di anticonformista, e che in effetti l’ho selezionato io stessa almeno sette anni fa, ma lei mi guarda come se parlassi arabo.

Poi, miracolo. Si converte alla mia religione. Abbandona lo stile francescano e si vota a Dior e Saint Laurent. Ma insieme alla frangetta, si sistema sul viso un’espressione da saccente con la puzza sotto al naso. Che andrebbe benissimo, se non sapessi che i vestiti che indossa sono quelli degli shooting delle mie modelle. Ma piano piano inizia a parlare la mia lingua. Apprezzo il tentativo, le do compiti più importanti. Poi Parigi, il massimo della mia fiducia. E quando finalmente stava iniziando a fare qualcosa di buono, se ne esce con qualche frase d’effetto, mi attacca il telefono in faccia e si licenzia. Si licenzia. Dopo che per un anno io ho sopportato caffè tiepido e occhiatacce perché ancora non avevo imparato il suo nome, lei si licenzia. E io, che in fondo ho un buon cuore, le scrivo anche una lettera splendida per farla assumere da qualche parte, prima di trovarmi di nuovo davanti ad una ragazza di cui non so assolutamente il nome, e che impiegherà un anno, se resiste, per portarmi un caffè caldo.

Conclusione? Assolutamente nessuna. Però da oggi guarderò il mio capo (che, vi giuro, a volte cita Miranda) con occhi leggermente diversi.

Elle